Sono gli errori di intonazione, tempo e
timbro a generare tale diversità e ricchezza. Basta una nota poco più lunga o
cantata un semitono sotto per rovesciarne completamente il significato musicale. Un significato che ho voluto cogliere
costruendo intorno a queste nonvoci, a
queste melodie impossibili, casuali e involontariamente complicate, una musica
capace di farle apparire come studiate e
volute. Per farlo le ho immerse nel suono di una orchestra d’archi e poco altro.
E’ un dialogo tra voce e orchestra in cui
una influenza l’altra, come nell’incontro
tra due linguaggi e due culture diverse.
Un dialogo in cui non si capisce se è
dall’ orchestra che scaturisce la melodia
o se viceversa è l’orchestra a seguire la
voce, o entrambe le cose.
Mi sento come se avessi semplicemente
tirato fuori ciò che già sentivo esserci
dentro e dietro quelle melodie. Bastava che registrassi la madre un minuto dopo e la sua voce
avrebbe fatto cose completamente diverse e di
conseguenza anche io. Tutto è legato all’attimo.
Canti tramandati oralmente da sempre che vengono riscritti ogni volta che vengono cantati. Non è
un disco né filologico né etnico. Un’ esperienza
musicale intensa ma anche umanamente ricchissima che mi ha portato, col mio registratore, dai
campi nomadi alle case d’accoglienza per immigrati, a conoscere molte persone così diverse tra
loro e da me.
Le protagoniste di questo disco sono donne straniere, arrivate in Italia da ogni parte del mondo,
alle quali ho chiesto di intonare un canto per bambini nella loro lingua madre.
Il risultato è stato come mi aspettavo. La voce non
educata delle persone comuni il più delle volte disegna melodie così lontane e diverse da quelle “originali” da risultare completamente nuove, riscritte. |